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Senti che (falso) mito: a tu per tu con Eleonora Sottili

Dall’autrice di “Senti che vento”, aneddoti, perle di saggezza e consigli per sfatare le false credenze sulla scrittura e sul mestiere di scrivere
Eleonora Sottili

Senti che (falso) mito: a tu per tu con Eleonora Sottili

© Foto Emiliano Poddi

Siamo contente, contentissime, ma la vera ragione di tanta felicità te la sveliamo alla fine di questo post: sarai tanto paziente da aspettare? Speriamo! Intanto ti diciamo che dopo Lia Piano, intervistiamo Eleonora Sottili per sfatare alcuni falsi miti che circondano il mondo della scrittura e del mestiere di scrivere: chi meglio di lei può accompagnarci in questo compito? 

Scrittrice e insegnante alla Scuola Holden, Eleonora Sottili è in libreria con il suo nuovo romanzo “Senti che vento” (Einaudi): una storia di cambiamento che prende spunto da un evento realmente accaduto (l’alluvione del 2014 a Carrara) per snodarsi con la fluidità dell’acqua in 190 pagine avvincenti e piene di magia. Un libro che fa ritrovare, riallacciare il filo dei sospesi familiari, riscoprire il passato e rileggere il presente mentre l’acqua allaga le case e raccoglie il tempo intorno a oggetti che si caricano di nuovi significati.

Se fossimo su Instagram a questo punto inseriremmo l’hashtag #libriconsigliati o #libridaleggere. Ma visto che siamo sul nostro blog, ti indichiamo come procederemo: sotto forma di provocazioni, elencheremo una serie di falsi miti sulla scrittura e sul mestiere di scrivere per associare, a ognuno di essi, le parole spazza-falso-mito di Eleonora Sottili: buona lettura! 

Falsi miti sulla scrittura vs realtà: l’intervista a Eleonora Sottili

Scrivere è una questione di ispirazione

Quando cominci a scrivere, ti sembra di dover tenere in grandissimo conto il concetto un po’ romantico di ispirazione. Perciò chi si avvicina alla pagina bianca ha sempre trascorso un periodo cercando con la penna in mano un anfratto boschivo, attraversato dai raggi obliqui della luna piena, un angolo solitario e illuminato da una candela o qualche torre diroccata a cui appoggiarsi, possibilmente a picco sul mare, pena il volare improvviso dei fogli con conseguente perdita irrimediabile di appunti. E l’ho fatto anch’io ovviamente. Mi ricordo di una volta che dovetti inseguire i miei appunti tra le onde perché era arrivata una quanto mai salubre folata di vento a disperderli.

Oggi, per quanto mi riguarda all’ispirazione credo un po’ meno, e faccio maggiore affidamento sul lavoro, su un’abitudine di scrittura quotidiana, ma c’è un momento che precede la scrittura che per me è molto legato all’istinto, alla sorpresa, allo stupore e se vogliamo in ultima analisi ancora a quel concetto di ispirazione. È il momento in cui vado a caccia di spunti, cerco di farmi venire delle idee, sto attenta a tutto quello che mi accade intorno, giro con macchina fotografica e blocchetto, registro qualche suono, mi copio l’indirizzo di una casa, in cui vorrei ambientare la prossima storia. Questo è un momento affascinante e molto divertente.

Chi scrive vive in una bolla romantica e pseudo-tormentata alla Sturm und Drang

Non posso rispondere a questa domanda in generale. Credo che ogni autore abbia i propri motivi per scrivere. Personalmente non mi ritengo così tormentata, non mi piace abbandonarmi alla malinconia e quando lo faccio di solito non esce mai qualcosa di buono sulla pagina. Scrivo invece perché la vita non mi basta mai: inventare storie mi dà la possibilità di moltiplicare all’infinito il mio tempo, lo spazio, le emozioni. Che poi è la stessa ragione per cui mi piace leggere.

Certo, poi ci vogliono anche un po’ di elementi irrisolti, dei nodi. Ho studiato psicologia all’università, ma poi ho capito che mi interessava di più indagare la mente con la scrittura e provare a risolvere le mie nevrosi attraverso i personaggi che mettevo in scena. Perciò alla fine non ho fatto analisi e tengo moltissimo ai miei conflitti.

Non esistono regole nella scrittura

Le regole esistono, come in ogni arte. Il punto di vista, l’uso di un tempo verbale piuttosto che di un altro, la scelta di scrivere con una prima persona o con una terza, la costruzione di un personaggio, il montaggio e la struttura che si decide di dare alla propria storia: tutte le scelte che io decido di fare in un testo si traducono in un’emozione nel mio lettore. Di questo bisogna essere consapevoli.

Scrivere un libro, per me, è per certi aspetti come girare un film. E decidere di fare un’inquadratura piuttosto che un’altra, eliminare una scena, aumentare o diminuire il ritmo della narrazione può cambiare il significato stesso della storia. Non si può procedere senza conoscere le regole del gioco a cui si sta giocando. Poi, certo, quando uno ne è padrone, può anche decidere di infrangerle o di rivoluzionarle, ma deve saperlo fare. Pensiamo a Joyce. 

Scrivere è una dote, ergo è impossibile imparare a scrivere

Se sono un pittore, nessuno si stupisce quando devo imparare la prospettiva, l’anatomia, le correnti artistiche che mi hanno preceduto. Al contrario nel mestiere dello scrittore sopravvive l’idea che tutto sia talento e istinto. Ma il talento senza la conoscenza del lavoro rischia di restare informe e di non approdare mai a un progetto compiuto.

Se sei bravo, deve essere buona la prima

Scrivere per me è come cercare un tesoro. Quando comincio, è perché sono ossessionata da un’idea o da un personaggio e non so di preciso dove voglio andare e che cosa esattamente voglio raccontare, perché quel personaggio, quel paesaggio, quel momento continuano a tornarmi in testa. A quel punto si comincia a scrivere ed è come cercare. Per me significa prima di tutto cercare delle immagini e solo dopo, alla fine del romanzo, e spesso addirittura diverso tempo dopo che l’ho finito, comprendo quale sia il senso della storia.

Proprio perché è un processo di ricerca, la prima non è mai buona. Ci può essere sempre un modo per dire la stessa cosa meglio. In quest’ultimo romanzo, “Senti che vento”, addirittura è accaduto che una storia sia passata da un personaggio all’altro nel corso del lavoro. Quindi la riscrittura è un momento fondamentale, e molto creativo.

È tutta una questione di stile

Per me è tutta una questione di sguardo e di lingua. Io scelgo di leggere un romanzo se il suo autore mi mostra la realtà in un modo in cui non ero ancora da sola riuscita a vederla, per quanto piccolo o infinitesimale sia l’angolo di mondo che decide di mostrarmi, se lo fa in modo nuovo, in modo stupefacente, per me quello è il mio scrittore. Perec, Philip Roth, De Lillo, Domenico Starnone, Daniele del Giudice, Tuena, la Woolf, la Byatt, Mary Shelley e molti altri sono riusciti a fare questo per me e perciò li amo. 

E poi cerco i suoni delle parole. Quando leggo, mi scrivo in fondo al libro le parole che mi piacciono, che mi incantano, che amo rigirarmi in testa. Personalmente non scelgo quasi mai scrittori di trama, ma questa ovviamente è una questione di gusti.

Più aggettivi c’è, meglio è

Gli aggettivi sono un elemento prezioso della scrittura, mi permettono di dare alle cose una qualità, una vivacità, di evocarle di fronte agli occhi di chi legge. Ci vuole esattezza, come dice Calvino. La lingua deve essere prima di tutto esatta, chiara. E bisogna evitare di mettere accanto a un sostantivo il primo aggettivo che viene in mente, il mare azzurro, il sole caldo, la pioggia battente, un’arancia aspra e un pomeriggio uggioso, sono tutte espressioni talmente abusate nella nostra lingua che il lettore ci scivola sopra come su una buccia di banana. L’aggettivo in questo caso non aggiunge niente all’immagine. Una volta invece ho letto in un libro di Yasmina Reza che la casa era impreparata a ricevere un mobile. L’ho trovato bellissimo quell’aggettivo, impreparata: bellissimo, stupefacente ed esatto.

Scrivere complicato e filosofico fa più figo

Non penso che scrivere complicato sia più figo, ma amo gli scrittori che mi fanno lavorare il cervello. Una lingua complessa può essere molto interessante, ovviamente se chi la usa non ci rimane imbrigliato a propria volta. Dall’altra parte non sopporto chi scrive in modo troppo colloquiale, troppo piano, senza mai darmi dei suoni inaspettati o un giro di frase particolare. E non mi piace una prosa monotona, costruita su frasi brevi e tutte uguali. La scrittura è come la musica, chi sa creare un ritmo che avvolge, ti prende davvero.

Basta attingere all’autobiografia (preferibilmente dolorosa) per tirar fuori una buona storia

La autobiografia, come qualsiasi storia, necessita di un’elaborazione narrativa, di un montaggio, della scelta di un punto di vista particolare, di una selezione di materiali. Il rischio “caro diario” è sempre in agguato per chi scrive partendo dalla propria esperienza, e perciò il lavoro dell’autore deve essere proprio quello di capire come far trasformare una vicenda personale in un racconto che possa riguardare tutti.

Beata te che lavori quando vuoi!

Chi vuole fare della scrittura un mestiere deve sapere che bisogna scrivere tutti i giorni per diverse ore al giorno, che è necessario essere molto concentrati e avere una volontà di ferro, perché soprattutto all’inizio non c’è nessuno che voglia davvero il nostro libro, il più delle volte non sappiamo neppure se quel libro lo pubblicheremo mai. E allora l’urgenza, la disciplina devono nascere da noi stessi, dalla nostra voglia di finire quella storia, di andare a vedere che cosa succede. La cosa bella è che da un certo punto in poi, quando i personaggi che abbiamo inventato sono diventati abbastanza forti, è come se fossero loro stessi a tenerci inchiodati alla sedia. Iniziamo a saltare i pasti, a disdire appuntamenti e ad alzarci all’alba pur di stare qualche ora di più con loro. Ne siamo posseduti ed è eccitante e terribilmente divertente!

 

Dulcis in fundo, ecco svelato l’arcano di tanta felicità per l’intervista a Eleonora Sottili: se una metà di Punto e Virgola non avesse incontrato questa scrittrice sorridente lungo il suo cammino, probabilmente non saremmo qui. È da un corso di scrittura tenuto da Eleonora a Firenze, infatti, che è partito lo slancio per trasformare una passione in un lavoro. Poi c’è voluto un bel po’ perché quel lavoro diventasse realtà, ma questa è un’altra storia… Basta per darti l’idea dell’euforia che abbiamo provato nell’ospitare una delle nostre maestre-mentore in questo blog? 😉

Ringraziamo Eleonora Sottili per essersi prestata a questa impresa semi-seria e allontana false credenze. Se, come lei stessa ha ribadito, scrittura e lettura vanno a braccetto, non resta che consigliarvi di aggiungere “Senti che vento” alla vostra più amata libreria.